Ringrazio il giornalista e amico Sergio Ragone per questo articolo pubblicato sul suo Substack, che restituisce con lucidità e profondità il senso di Generazione Cerniera e della riflessione proposta da Antonio Candela.
Nati con il telefono fisso e cresciuti con WhatsApp, i trentenni e quarantenni raccontati in Generazione Cerniera sono una generazione sospesa tra due mondi. La più formata della storia italiana, ma anche una delle più precarie. Una generazione che ha studiato molto, guadagnato meno, e che troppo spesso è stata descritta senza una vera narrazione identitaria.
Nel suo articolo, Ragone coglie il cuore del libro: la generazione cerniera non è una generazione perduta, ma una generazione di passaggio. Un ponte tra l’analogico e il digitale, tra le certezze del Novecento e l’instabilità del presente. Una generazione che non ha protestato a gran voce, ma ha costruito in silenzio, trasformando l’incertezza in adattamento, la precarietà in creatività, e il vuoto di tutele in spinta all’innovazione.
L’immagine della cerniera diventa così una metafora potente: tenere insieme ciò che rischia di separarsi, permettere il movimento senza rottura, tradurre linguaggi diversi, costruire ponti dove altri vedono solo fratture. È una lettura che va oltre il racconto generazionale e diventa chiave interpretativa del nostro tempo.
Un contributo prezioso, che aiuta a guardare a questa generazione non come a quella “di mezzo”, ma come a quella necessaria.
Perché il futuro, se c’è, passa anche da qui.